| Ci sono strade sgombre, bianche di ghiaia, che sembrano aspettare di essere percorse. Polverose e delicate, quasi abbandonate, impervie. Così ci ritroviamo sul solito nastro nero, conosciuto, sicuro della nostra sicurezza, senza imprevisti o fermate. Per fuggire, per scappare, per arrivare vicino alle cose senza conoscerle, per andare veloci e non sentire la fatica del viaggio, il sapore del viaggio. Perchè è più semplice. Prima o poi, però, l'anello si chiude, e non restano altro che strade bianche per continuare; vorrebbe dire allungare il viaggio, vedere se davvero quei paesi lontani, fatti di piccole case, sono davvero così belli o così tristi, se quelle città sono davvero così interessanti o sono abbandonate, forse sentire il caldo del sole picchiare, ma riscoprire meraviglioso ogni soffio di vento, ogni albero, magari ferirsi scivolando su una pietra e zoppicare per un po', ritrovarsi ricoperti di polvere e assetati, arrivare così stanchi da voler solo dormire ma con il desiderio profondo di voler conoscere quei luoghi che erano solo costruzioni lontane. Oppure voltarsi, e ricominciare a correre. |
| Ho visto come un nastro, con un capo chissà dove, e l'altro tra me mie dita, sgretolarsi, come carta bruciata. La sensazione di non riuscire a costruire ciò che vorrei, di occasioni gettate, di un tempo che non torna mai. Ho corso, senza respiro, senza costruire il cammino davanti ai miei passi. Ho capito ora, che un arrivo non c'è se non c'è una buona via, che non puoi correre al contrario senza poggiare su nulla, che, adesso, la destinazione arriverà sempre troppo tardi. E' difficile fermarsi e doloroso gettare le basi per una strada che arriverà, per bene che vada, solo vicino a dove si sarebbe voluto arrivare. |
| E' la solita vecchia storia, continuiamo inevitabilmente a rincorrere chi consideriamo migliore di noi, credendo di non avere alternative, vedendo in essi l'unico modo per essere felici. Non è così, non c'è bisogno di correre, se ci fermassimo, un attimo, e guardassimo dietro di noi, invece di affannarci, scopriremmo qualcuno che è proprio lì, lì per noi, amico sincero, disposto a capire ogni follia, lui, che stava rincorrendo noi, e noi che neanche lo guardavamo. Capita anche che qualcuno, magari un incantatore di sirene, decida di fuggire, e non per paura, ma per farsi rincorrere, per vedere gli altri soffrire della sua assenza, senza capire che erano già in corsa, che erano già lì vicini, che lo avevano raggiunto e abbracciato. E se fosse proprio questo ad averlo fatto scappare? Continuano a ritarnare le domande, la rabbia riaffiora e nulla si può fare. perchè quando qualcuno decide di fuggire ma poi ricominciare, ricomparire senza spiegazioni agli amici, senza degnarsi di un saluto, forse non aveva mai smesso. O mai cominciato. E' vero, non lo sopporto, non sopporto questo silenzio, non sopporto quel compatirsi, non sopporto il fatto di avere centinaia di mails di qualcuno che non conosco, evidentemente. Vorrei delle spiegazioni, con tutto il cuore, per scoprire che mi sono sbagliata, che ci siamo sbagliati, che non è successo, in realtà, che un amico non è fuggito lasciando tre righe, per poi ricomparire, lontano, regalando spiegazioni a chi nemmeno gliele chiede. A volte, penso che sia tardi per le spiegazioni... |
| Il giardino di ciliegi è fiorito agli scoppi del nuovo sole il quartiere si è presto riempito di neve, di pioppi e di parole. All’una in punto si sente il suono acciottolante che fanno i piatti le tv sono un rombo di tuono per l’indifferenza scostante dei gatti. Come vedi tutto è normale in quest’inutile sarabanda ma nell’intreccio di vita uguale soffia il libeccio di una domanda. Un g ed un dubbio eterno, un formicaio di cose andate di chi aspetta sempre l’inverno per desiderare una nuova estate. Son tornate a sbocciare le strade ideali ricami del mondo girano tronfie la figlia e la madre nel viso uguali e nel culo tondo, in testa identiche, senza storia sfidando tutto senza confini frantumano un attimo quella boria, grida di rondini e ragazzini. Come vedi tutto è consueto in quest’ingorgo di vite morte ma mi rattristo, io sono lieto di questa pista di voglie sorte, di questa rete troppo smagliata, di queste mete da sognare, di questa sete mai appagata di chi starnazza e non vuol mai volare. |
Appassiscono piano le rose spuntano a grappi i frutti del melo le nuvole in alto van silenziose negli strappi cobalto del cielo. Io sdraiato sull’erba verde fantastico piano sul mio passato ma l’età all’improvviso disperde quel che credevo e non sono stato. Come senti tutto va liscio in questo mondo senza patemi in questa vita presa di striscio di svolgimento corretto i temi dei miei entusiasmi durati poco dei tanti chiasmi filosofanti di storie tragiche nate per gioco troppo vicino, troppo distanti. Ma il tempo, il tempo chi me lo rende chi mi dà indietro quelle stagioni di vetro e sabbia, chi mi riprende la rabbia e il gesto, donne e canzoni. Gli amici persi, i libri mangiati, la gioia piana degli appetiti, l’arsura sana degli assetati, la fede cieca in poveri miti. Come vedi tutto è usuale solo che il tempo stringe la borsa e c’è il sospetto che sia triviale l’affanno e l’ansimo dopo una corsa. L’ansia volgare del giorno dopo, la fine triste della partita, il lento scorrere senza uno scopo di questa cosa che chiami . . . vita. |
| C'era una volta un lungo ponte, gettato da una riva all'altra, su un braccio di mare. Era tutto di mattoni rossi, da un'entrata non si poteva scorgere l'altra e viceversa per quanto era arcuato. Lo si poteva attraversare ad occhi chiusi, però, senza paura di cadere, perché nonostante le onde alte o la corrente forte, il ponte era continuamente rinforzato da una riva e dall'altra, aggiungendo mattoni e calce. I custodi degli accessi al ponte rinsaldavano ogni piccola crepa, quel ponte era la loro ricchezza, la loro casa. Un giorno di sole e mare piatto, il custode della riva orientale decise di accertarsi come fosse la parte opposta alla sua e vedere come lavorasse il suo collega per accudire il ponte; se fosse stato negligente il ponte sarebbe potuto crollare e anche lui avrebbe perso la cosa più importante che aveva. Si incamminò, dopo aver pranzato, e cominciò a salire l'arcata che così bene conosceva, tanto da poterne ricordare a memoria il numero delle pietre. Dopo qualche ora, arrivato alla sommità, vide l'altra parte, diversa dalla sua, eppure così familiare. Decise di scendere e scoprire il motivo di questo legame, assicurarsi che anche quell'arcata fosse ben tenuta. Iniziò la discesa, ogni mattone gli pareva così diverso da quelli della sua riva ma, in fondo, si disse, erano simili, quasi uguali. Era giunto a metà ormai quando il cielo si apprestava a rosseggiare, ed il sole scendeva sull'orizzonte, vedeva per la prima volta un tramonto dal suo amato ponte. Il mare cominciò a farsi accarezzare dal vento, increspando e scurendosi nel riflesso del cielo. Continuò a scendere, doveva essere sicuro che quell'arcata fosse solida, non avrebbe rischiato un giorno di più. Le nuvole stavano coprendo il cielo rosso, mentre il vento batteva il mare, alzando le onde a lambire le rive di quel piccolo istmo sempre con più forza. Il custode non aveva paura, aveva visto onde ben più pericolose; arrivato nei pressi della riva, ancora rapito dalla bellezza della notte che nasceva, constatò che il ponte era meraviglioso, nessuna frattura, nessun cedimento. La sera era scesa e non poteva trattenersi oltre, avrebbe parlato con il custode il giorno successivo, per telefono, come facevano ogni giorno alle 11 precise. Cominciò a risalire, sorridendo, sotto la pioggia fine che scendeva, "quasi una benedizione" pensò. Ma la pioggia divenne un pianto di rabbia, divenne un temporale. Continuava a salire, con un lieve senso di inquietudine e aumentò il passo. Superò la sommità e raggiunse la sua sponda correndo a perdifiato, tra cuore in gola ed affanno, appena in tempo per voltarsi indietro e vedere il ponte crollare. |
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Prese la testa fra le mani mentre le ginocchia si piegavano cedendo sotto il peso dello sconforto e della disperazione. Non capiva più quali fossero lacrime e quali le gocce di pioggia che si mescolavano nella terra diradando il polverone sollevato dal crollo. Gli si avvicinò uno sconosciuto, mai visto da quelle parti dove ogni viso era noto, che aveva l¹aria di sapere più di quanto volesse dare ad intendere: - Pareva che bastassero calce e mattoni a tenerlo in piedi. |
...costruito da Morrigan e Fades ...